domenica 20 marzo 2016

Metti un giorno alla Stramilano


"Non smettono mai di arrivare!"
No, non smettiamo mai di arrivare... Podisti. Runners ci chiamano oggi: atleti di tutte le taglie, di tutte le età, di tutti i colori. L'Arena è uno strabordare di puntini rossi che non smettono mai di arrivare. Troppo bello!
Ed è troppo bella Milano quando si ricorda che la vita può anche essere semplice: una domenica di sole, la primavera alle porte e 63.000 (più gli immancabili imbucati) che hanno deciso di uscire di casa e correre. Questa Stramilano l'ho iniziata da sola e l'ho finita in famiglia.
Sono partita tutta concentrata su di me e sul tempo in cui volevo chiudere i miei 10km, irritata dal fatto che quella che speravo essere una corsa si stava trasformando in una gimcana.
Dicono di non fidarsi mai né del primo né dell'ultimo km...io non mi sono fidata nemmeno del quinto perché dai, non è possibile che siamo già a metà!
Trasformo i passi, i respiri e gli sbuffi degli altri nel sottofondo del mio slalom tra i passeggini, i guinzagli e le scimmiette sulle bici con le rotelle.
Intercetto la risposta di un papà al suo bambino preoccupato per l'andatura: "ti svelerò un segreto: tra di noi oggi, vinciamo tutti".
Sorrido e non ascolto più le gambe.
All'altezza di San Vittore una signora fa come se fossimo alla finale delle Olimpiadi: "Dai ragazzi siete bravissimi! Ormai non manca molto!". Poco dopo una nonnina applaude: "Alé! Alé! Alé!"
Sorrido e non ascolto più il respiro.
Arrivo anch'io all'Arena e faccio un tempo dignitoso, tutto considerato, ma non è questo che porterò con me dalla giornata di oggi; preferisco ricordare le piccole cose che mi hanno unito a tutte le persone che ho incrociato e che ho incitato a mia volta al passaggio della mezza maratona. Ai sorrisi che ho strappato alla fatica dell'ultimo km, ai compagni che si esortavano a non mollare, ai bambini che sul percorso aspettavano i loro papà e le loro mamme, al sole e ancora ai sorrisi di chi vuole continuare a far fatica, mettendo un piede davanti all'altro.

sabato 5 marzo 2016

Il giorno in più


Qualche giorno fa (il 29 febbraio, 366° giorno dell'anno) facebook mi ricordava di poter godere di un giorno in più, un'occasione che l'universo ci regala una volta ogni 4 anni.
Questo giorno regalato io l'ho vissuto arrabbiata, arrabbiatissima.
A volte sono arrabbiata perché sono delusa, altri perché mi sento sola, altri mi arrabbio perché la rabbia è un sentimento che non mi piace e così via...
Ultimamente sono sempre arrabbiata.
Così, ho passato il mio giorno regalato a guardare in cagnesco i miei colleghi, pensando a quanto vorrei scappare da qui e a quanto vorrei vendicarmi sei torti che sento di aver subito.
Quella notte non ho dormito e quel poco sonno che Morfeo mi ha concesso è stato popolato da incubi.

Cosa mi ha insegnato tutto questo?
Che la maggior parte delle emozioni negative sono completamente inutili, se non dannose.
E' troppo faticoso gestire tutte queste emozioni negative, perché rabbia porta rabbia, risentimento porta risentimento e, una volta che ci sei dentro, è difficile uscire da questo circolo vizioso.
"Take responsibility for your mind. Forgive past hurts and replace negative thoughts with positive ones". (source)
Ma è dura esercitare il perdono e tante volte è inutile mettere delle toppe su una tela già logora: non ha nessun senso perseverare nel tentativo di salvare l'insalvabile. 
Le esperienze finiscono, alcune relazioni anche. Non c'è niente di male.
Ho capito che per uscire da questo buco, l'unica via sia pigiare il tasto refresh e lasciarsi alle spalle le situazioni spiacevoli, prendere coscienza degli errori e superarli.
Avere il coraggio di ascoltare e soprattutto, alla fine, di scegliere: fare un passo, quel passo che sembra farti perdere l'equilibrio e invece ti porta ad un altro passo ancora.
E' così che si impara a camminare.
"Tuttavia l’amore non è un dinamismo spontaneo, esige la nostra fattiva collaborazione, che mettiamo al servizio dell’amore le nostra capacità di pensare, sentire ed agire. (R. M. Rilke)"

mercoledì 30 dicembre 2015

Buen camino, peregrino!


Caro 2015,
te ne stai andando…e mi scappa un “per fortuna”!
Se stato duro! Pazzo, imprevedibile, faticoso…
Sei stato l’anno della mia personale Hiroshima, in cui ho rimesso in discussione TUTTO: ho cambiato abitudini, rivisto le mie priorità, ridato ai Valori lo spazio che si meritano.
Nel 2014 ho capito che la strada non era quella giusta e durante questi 365 giorni non ho mai smesso di tracciarla, a modo mio.
Ho fatto 2 traslochi, viaggiato tantissimo, sono ritornata in contatto con quelle profondità che pensavo di aver dimenticato, andando spesso in fondo…molto in fondo.
Ho capito il senso della leggerezza per operare lieve in quel viaggio che è la vita.
Downshifting lo chiamano, scalare di marcia per rallentare e alleviare la fatica del motore.
A me piace di più “accetta la tua stramberia”; accetta di essere sempre stata stramba, intrappolata dentro schemi imposti.
Sii stramba, dunque. Come hai sempre voluto essere, come ti sei sempre sentita, anche se a volte ti senti derisa e fa un po’ male.
Caro 2015,

e ne stai andando e continuo a ripetere “per fortuna”…per fortuna che ci sei stato!

giovedì 3 dicembre 2015

Centoundici.


Trecentosessantacinque (meno) duecentocinquantaquattro (uguale) centoundici

Sono il numero di giorni che mi separano da una piccola sconfitta: il mancato raggiungimento del mio obiettivo di una foto al giorno per tutto il 2015.
111 giorni che un po' pesano, ma che portano con sé una lezione importante.
Quando ho iniziato questo progetto avevo bisogno di essere creativa, di fare e produrre un'immagine (possibilmente bella) tutti i giorni. 
Produrre bellezza, produrre colore, produrre ispirazione; osservare il mondo con occhi attenti per cogliere un attimo degno di essere fermato nella memoria.
Ed è stato proprio così, per ben 8 mesi...poi la mia prospettiva è cambiata, ho fatto pace e mi sono resa conto che, col tempo, questa smania di produrre iniziava a inibire la mia creatività, non la stava più nutrendo!
Ho avuto giorni dall'ispirazione incontrollabile e altri in cui mi sono sforzata di fare foto senza anima, pur di stare dietro al mio obiettivo. Poi sono partita per un viaggio bello e strano e in quei giorni di contemplazione e solitudine ho capito che da tempo non ero più predisposta all'ascolto.
Beh, se ci penso oggi capisco che l'intento dell'impresa era proprio un po' questo: focalizzarmi su quanto di bello c'era fuori di me, perché dentro di me non riuscivo proprio a trovarlo. Non erano belli i miei pensieri e ancora meno lo erano i dubbi.

Diffido dai creativi 365 giorni l'anno perché non si prendono mai un momento per fermarsi ad ascoltare. E' un po' la malattia della modernità, in cui è più importante la quantità della qualità, l'apparenza piuttosto che l'essenza. è tutto una centrifuga che ci allontana dalla nostra spiritualità a velocità supersonica.
Dalle mie avventure di quest'anno ho imparato ad apprezzare ritmi diversi, rallentare, concedendomi il privilegio del silenzio, di non fare "niente" e cercare quello che mi fa stare davvero bene. 
E ascoltare. 
Foss'anche a discapito della produttività.

martedì 25 agosto 2015

Zurriola Surf Escuela (de vida)

La fatica non è un'esperienza da cui scappare; è forse l'esperienza più formativa che possiamo vivere. Non si tratta della semplice ricerca di una dose di endorfine, ma di una ricerca più profonda: la ricerca di sé attraverso la conoscenza del proprio corpo, l'unica casa che possiamo dare alla nostra anima e che con essa è inevitabilmente legata a doppio filo.
Quest'estate ho deciso di passare una settimana delle mie vacanze a fare surf in questo posto fantastico:
Donostia (San San Sebastian) - Paesi Baschi
Zurriola Surf School - Playa de Zurriola (Donostia)
Non è la prima volta che provo il surf e non sarà certo l'ultima, il contatto con l'oceano, assecondare e insieme domare la sua potenza è un'emozione che non sono capace di descrivere a parole.
Proprio mentre facevo surf (e guardavo quelli più bravi di me) pensavo a quanto la vita sia simile ad uno sport estremo: hai paura, ti tremano le gambe e i salti ti sembrano impossibili.
Ma arriva un attimo in cui capisci che non provarci è in po' morire; che non sarai bravo subito e che prenderai qualche botta e ti procurerai dei lividi.
Ti dispererai, pensando "perché mi sono messo in questo guaio?", già sicuro che non ce la farai mai ad uscirne incolume.
Finché anche questo momento passerà e lentamente le difficoltà iniziano a semplificarsi: capirai così che i salti erano solo difficili, ma non impossibili.
"Surfing is hard at first, messy in the middle and gorgeous at the end".
Nessun famoso surfista ha pronunciato questa frase, ma un semplice padre di famiglia che ha deciso di mettersi alla prova per qualche giorno su una tavola da surf.
Secondo me è molto vera.

nota: se siete curiosi di sbirciare altre foto del resto della mia estate fate pure click qui :)

mercoledì 15 luglio 2015

Road to Paolandia

Che poi... La strada... Che simbologia cheap! No?
Anche se ci sono vari modi di intenderla, la strada.
Per me la strada è sterrata, tortuosa, con qualche salita e le conseguenti discese; sicuramente panoramica, tendenzialmente faticosa.
La mia strada è polverosa e fastidiosamente imperfetta; è una strada da percorrere a piedi, con le scarpe sporche e consumate.
Sì, adesso la mia strada è molto faticosa, sento tutta la stanchezza di chi, prima della salita, non ha valutato bene il percorso; ma si tratta di una fatica irrinunciabile: non potevo continuare a camminare su quel falsopiano, indubbiamente comodo, ma così poco reale.
Questa è la mia strada adesso, prima o poi anche questa salita inizierà ad addolcirsi, già sento che le pendenze stanno cambiando. C'è più dolcezza, meno rabbia; discernimento e accettazione di sentimenti impronunciabili, invece che la solita lotta estenuante. 
Delle volte remare contro corrente non ti permette di procedere, si fa una fatica disumana per poi guardarsi intorno e rendersi conto di essere di nuovo allo stesso punto.
E quindi cammino, accetto il dolore, abbraccio la fatica. Non mi fermo.

giovedì 18 giugno 2015

Felicità, cambiamento, felicità

132/365

Mi sento sempre più circondata da persone che mi vogliono cambiare.
E mi chiedo, sono io che non vado? O sono loro che hanno paura di me, della persona che sto diventando?
Non credo di scoprire l'acqua calda dicendo che tra le cose che più spaventano gli esseri umani ci sono il cambiamento e la verità.
Non a tutti piace essere messi di fronte alla verità. Ci piace guardare la realtà con gli occhialetti rosa delle nostre convinzioni, facendo finta che tutto vada bene; ed ecco che emerge il potere rassicurante della menzogna, che diventa l'unica (disonesta) conferma della nostra visione ideale del mondo, facendoci sentire al sicuro.
Ho provato a cambiare punto di vista, utilizzando come chiave di lettura quella semplice parola intorno alla quale, volenti o nolenti gravitano le nostre vite: felicità e, come ogni medaglia ha due facce, anche la bugia "di difesa", quella "buona" si trasforma immediatamente in un arma distruttiva e devastante.
Spesso non ci riusciamo proprio a sopportare che qualcuno vicino a noi sia felice e ancor meno desideriamo riconoscere gli sforzi di chi ci prova ad esserlo, perché la felicità altrui funziona come uno specchio per la nostra infelicità. La fa spiccare. La rende maledettamente reale.
Ci si fa del male per paura e non solo agli altri, perché in fondo, le bugie più dolorose le raccontiamo prima di tutto a noi stessi.